Tutto a posto, davvero? Responsabilità, politica e il nostro bisogno di semplificare
- Giacomo Zucchelli
- 13 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min

Errori, responsabilità e il modo comodo in cui trasformiamo la politica nel capro espiatorio perfetto
“Tutto a posto” è una frase curiosa La usiamo quando non vogliamo spiegare, quando non vogliamo approfondire, quando non vogliamo nemmeno capire fino in fondo cosa è successo. È una frase che non descrive la realtà, la chiude.

Gramellini, nel suo articolo "Tutto a posto", parte proprio da qui: dal modo in cui minimizziamo, archiviamo, sorvoliamo. Dal modo in cui l’errore viene trattato come un inciampo da nascondere, non come un passaggio da attraversare. E su questo c’è poco da discutere: siamo diventati bravissimi a far finta che le cose vadano bene anche quando non vanno affatto.
Riconoscere un errore oggi è visto come una debolezza. Chiedere scusa come una resa. Prendersi una responsabilità come un rischio inutile. Molto meglio dire che “è tutto a posto” e andare avanti. Peccato che quello che non affronti, prima o poi, ti presenti il conto.
Ed è qui che entra in gioco la politica.
Quando la politica diventa il sinonimo del peggio

Nel pezzo di Gramellini la politica viene usata come metafora dell’irresponsabilità, del lamento, dello scaricabarile. “Fare come un politico” diventa un modo elegante per dire “non assumersi colpe”. È una figura retorica che funziona, perché sappiamo tutti cosa evoca. Proprio per questo è problematica.
Non perché la politica sia immune da critiche. Ma perché usarla automaticamente come simbolo del peggio dice molto più di noi che di lei.
E non è un vizio solo italiano. Me ne sono accorto guardando una serie TV americana: una scena in cui ci si lamenta di un parco pubblico tenuto male, e la conclusione è immediata: non è una priorità per i politici. Fine del discorso. Nessuna domanda ulteriore. Nessun “e noi?”. Stesso riflesso, stesso schema.
La politica diventa il luogo dove parcheggiamo tutto ciò che non funziona.
Politica e altre professioni: la differenza vera
C’è però una differenza sostanziale tra la politica e le altre professioni, ed è una differenza che spesso fingiamo di non vedere.
I manager di un’azienda privata vengono scelti dalla proprietà, dai soci. E vengono scelti, almeno in teoria, nell’interesse dell’azienda. Se sbagliano, qualcuno li ha messi lì. Qualcuno risponde di quella scelta.
I politici, invece, vengono scelti dagli elettori. Da tutti noi. Sindaci, consiglieri, parlamentari non piovono dal cielo: li votiamo. E li votiamo scegliendo tra i candidati che si presentano.
Il problema quindi non è solo chi sceglie, ma anche tra chi si sceglie.

Chi vota, a differenza di un consiglio di amministrazione, raramente vota nell’interesse collettivo. Vota nel proprio interesse immediato, percepito, emotivo. O vota “contro”. O vota “il meno peggio”. Quando vota.
E intanto continuiamo a parlare male dei politici, a descriverli come una categoria moralmente inferiore. Con un effetto collaterale devastante: chi è competente, capace, preparato, difficilmente vorrà entrare in politica. A meno che non abbia un interesse personale forte. Confermando così il pregiudizio iniziale.
Un circolo perfetto. E perverso.
La classe dirigente non nasce per caso
Se abbiamo una classe politica fragile, il problema non si risolve solo indignandosi. Né riducendo tutto a una metafora narrativa efficace. La cura è più faticosa e molto meno gratificante sul piano retorico.
Serve educazione al voto. Serve educazione alla complessità. Serve smettere di raccontare la politica come un pantano da cui tenersi alla larga.

Ma soprattutto serve creare le condizioni perché i migliori tornino a voler fare politica. E questo vale ancora di più per i giovani. Perché nessuna società può permettersi di dire ai suoi ragazzi: “state lontani dalla politica, è sporca”, e poi lamentarsi di chi la governa.
Responsabilità della politica vs Responsabilità politica
Più che delle responsabilità dei politici e della politica, dovremmo iniziare a riflettere sulla nostra responsabilità politica e allora, forse ci accorgeremo che
il problema non è che la politica non funziona. il problema è che ci fa comodo che non funzioni troppo bene.
Ci permette di lamentarci senza impegnarci, di giudicare senza scegliere, di pretendere senza partecipare. Ci consente di dire che “sono tutti uguali” e, nello stesso gesto, di sentirci migliori di chi governa. È una posizione comoda, moralmente rassicurante, e profondamente sterile.
Dire che “tutto a posto” è la versione educata di questa rinuncia. Parlare male dei politici è la versione rumorosa.

Ma finché continueremo a raccontare la politica come un mestiere per persone peggiori di noi, continueremo ad affidarci a persone che non hanno nulla da perdere. E poi ci stupiremo del risultato, come se non fosse anche figlio delle nostre scelte, dei nostri silenzi, della nostra delega passiva.
Forse non è tutto a posto. Forse non lo è da un po’. E forse il punto più scomodo è ammettere che, in questo disordine, non siamo solo spettatori indignati. Siamo parte del problema.



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