Tutti hanno ragione. Nessuno ascolta.
- Giacomo Zucchelli
- 17 feb
- Tempo di lettura: 4 min
Sul perché la comunicazione divisiva ci divide davvero — e cosa possiamo farci

C'è un momento preciso in cui capisci che una discussione non sta cercando la verità.
È quando ti accorgi che nessuno sta davvero aspettando che l'altro finisca di parlare. Ognuno aspetta solo il momento giusto per rispondere. O meglio: per attaccare.
È successo con il caso Bastoni. Un contatto in area, un'espulsione, e per giorni giornalisti, opinionisti, ex calciatori e tifosi si sono scontrati come se stessero discutendo di vita o di morte. Ognuno con le sue immagini, i suoi rallenty, la sua verità. Ma nessuno — o quasi — si è fermato a dire: non posso sapere cosa ha visto l'arbitro. Non ci è consentito. Non lo sapremo mai con certezza. Eppure la discussione andava avanti, alimentata non dalla voglia di capire, ma da qualcosa di più viscerale: il bisogno di avere ragione. E, ancora di più, il bisogno che l'altro abbia torto.
Lo stesso copione, con attori diversi, l'ho visto andare in scena nella campagna referendaria. Due schieramenti convinti ciascuno di difendere la giustizia e la legalità, e convinti — entrambi — che l'avversario stesse facendo un favore alla mafia. Argomenti tecnici, complessi, lontani dalla vita quotidiana della maggior parte degli italiani, trasformati in slogan da personaggi famosi che ammettono candidamente di stare da una parte per ragioni ideologiche, non per competenza. Il risultato? Chi voleva davvero capire la riforma del CSM si è trovato sommerso di rumore. E ha smesso di ascoltare.
Il messaggio non è quello che dici. È quello che l'altro ascolta.

C'è un principio nella teoria della comunicazione che vale la pena ricordare, perché cambia tutto il modo in cui guardiamo queste dinamiche: un messaggio acquisisce senso solo in chi lo riceve.
Non in chi lo manda.
Chi parla — che sia un politico, un opinionista, un familiare — è convinto di stare dicendo la verità. E spesso lo è davvero, per sé. Il problema è che il ricevente non interpreta il messaggio nel vuoto: lo filtra attraverso il suo rapporto con chi parla, attraverso i suoi valori, la sua storia, le sue esperienze. Se non si sente capito, se percepisce distanza o giudizio, quella che per l'emittente era una verità diventa, per lui, una bugia. O un attacco.
Questo non vuol dire che tutti abbiano torto o che non esista la realtà. Vuol dire che comunicare non è trasmettere informazioni: è costruire una relazione dentro la quale quelle informazioni possano essere ricevute.
E quando questa relazione manca — in famiglia, in politica, nello sport — il dialogo si trasforma in un duello tra sorde certezze.
Chi comunica bene lo sa. E a volte lo usa.

C'è però un secondo livello, più scomodo.
Alcuni di coloro che comunicano in modo divisivo non lo fanno per ignoranza. Lo fanno consapevolmente. Il politico che lancia un messaggio capace di compattare i propri seguaci sa benissimo che lo stesso messaggio aumenterà la distanza con chi non la pensa come lui. Non gli importa: non sta cercando di convincere nessuno. Sta parlando a chi già lo segue, per rafforzare il legame, per costruire identità, per alimentare la contrapposizione che lo tiene in vita.
Lo stesso meccanismo funziona con i contenuti sui social, con certi programmi televisivi, con le discussioni da bar sul calcio. Non si tratta di comunicazione che informa: si tratta di comunicazione che appartiene. Io sono dalla tua parte. Tu sei dei nostri. E chi è fuori, è nemico.
Alberto Negri, nel suo libro La fiducia sono IO, lo descrive con chiarezza: oggi i leader — politici e non — costruiscono narrazioni pensate per essere credute, non per essere vere. La narrazione ha sostituito il programma. La fiducia emotiva ha sostituito il consenso razionale. Ed è un meccanismo potente, perché parla a una parte di noi che non ragiona: quella che vuole stare dalla parte giusta, che teme l'esclusione, che ha bisogno di sentirsi al sicuro dentro un gruppo.
Cambiare non vuol dire cedere

Riconoscere tutto questo è già un passo. Ma non basta.
Se vogliamo costruire relazioni — in famiglia, sul lavoro, nella sfera pubblica — che siano davvero costruttive, dobbiamo fare una cosa difficile: smettere di comunicare per vincere e iniziare a comunicare per capire.
Capire non vuol dire condividere. Non vuol dire arrendersi. Vuol dire fare lo sforzo di chiedersi: da dove viene quello che sta dicendo l'altro? Cosa vede lui che io non vedo? Cosa teme?
È una postura che richiede umiltà. E richiede di accettare una cosa scomoda: che il cambiamento che vorremmo negli altri non si avvia se i primi a non cambiare siamo noi.
Lo diceva Brunori Sas in modo più bello di come potrei farlo io: non sarò mai abbastanza cinico da smettere di credere che il mondo possa essere migliore di così. Ma non sarò neanche tanto stupido da credere che il mondo possa crescere, se non parto da me.
Non è una morale. È un metodo.
Se questo articolo ti ha fatto venire in mente una discussione — in famiglia, sui social, al lavoro — in cui nessuno stava davvero ascoltando, scrivilo nei commenti. Non per darmi ragione: per continuare a ragionare insieme.



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