Sessualizzazione delle donne nei social
- Giacomo Zucchelli
- 1 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Pubblicato su

il 01/09/2025
Dai gruppi Facebook e Telegram ai corridoi del potere politico: il corpo femminile continua ad essere ridotto a oggetto sessuale. È tempo di chiamare le cose col loro nome.

I nuovi spazi della vecchia pornografia
Negli ultimi anni sono esplosi gruppi e piattaforme in cui uomini si scambiano immagini di donne: mogli, fidanzate, colleghe, ma anche personaggi pubblici. Dal gruppo Facebook “Mia moglie” a Phica, fino alle migliaia di canali Telegram, il meccanismo è sempre lo stesso: foto condivise senza consenso, accompagnate da commenti espliciti, ironici o violenti. Qui il problema non è capire se la foto fosse privata o pubblica, consensuale o meno. Il punto centrale è un altro: quelle immagini vengono estrapolate dal loro contesto e trasformate in materiale pornografico per il consumo maschile. Non importa chi sia la donna ritratta, importa solo che diventi oggetto di desiderio, dileggio o competizione tra maschi.
Non è internet il colpevole

Sarebbe comodo dare la colpa a internet. Ma la sessualizzazione femminile non nasce con i social: è una costante storica. Internet ha solo reso visibile e amplificato un atteggiamento antico.
Per secoli la donna è stata considerata in funzione del maschio: la moglie come madre e custode della casa, le amanti e le prostitute come dispensatrici di sesso. La divisione dei ruoli era chiara e codificata. Con l’avanzare dell’emancipazione, molte donne hanno scalfito questi schemi, arrivando a ruoli politici, economici e culturali di rilievo. Ma la zavorra culturale resta: una donna, anche quando guida un’azienda o un Paese, continua a essere giudicata sul piano fisico e sessuale.
La politica come specchio della misoginia

Gli esempi non mancano. L’insulto “inchiavabile” rivolto da un presidente del consiglio italiano ad Angela Merkel è ancora nella memoria collettiva. Non era un branco di adolescenti annoiati: era un uomo che guidava il Paese. Oggi assistiamo a un copione simile con Giorgia Meloni. Quando i suoi detrattori condividono o commentano foto con allusioni sessuali, lei (giustamente) si indigna. Ma dov’erano queste voci quando le offese colpivano altre donne in politica, o quando le insegnanti finite nei gruppi Telegram venivano ridotte a oggetti di scherno? La verità è che, per sopravvivere e affermarsi in un sistema politico maschile, spesso le donne hanno dovuto adottare atteggiamenti considerati “virili”: aggressività, cinismo, durezza. Non perché volessero, ma perché era l’unico linguaggio riconosciuto come legittimo in un’arena pensata dai maschi per i maschi.
Il doppio standard: da OnlyFans ai “Bunga Bunga”
La cultura maschilista si alimenta anche delle contraddizioni sociali. Se una donna apre un account su OnlyFans, è bollata come “poco di buono” e inadatta a insegnare ai figli degli altri. Ma quando, vent’anni fa, ragazze giovani frequentavano le feste di un leader politico ottantenne per “fare carriera”, la società chiudeva un occhio. Anzi, anche molte madri approvavano: “così funziona il Mondo”.
Questo doppio standard è devastante: da un lato si condanna la donna che espone consapevolmente la propria immagine, dall’altro si giustifica quella che la presta al potere maschile per convenienza. In entrambi i casi, l’autonomia femminile viene messa sotto accusa, mentre il potere maschile resta intatto.
La sessualizzazione delle donne e la complicità sociale
È facile puntare il dito contro gli uomini che ridono in chat davanti a foto di colleghe. Ma chi ha educato quegli uomini? Dietro il comportamento dei ragazzi di oggi c’è spesso un sistema educativo che ha interiorizzato l’idea che la donna “serve” a piacere. Questa complicità sociale non è solo maschile. Molte famiglie trasmettono ancora ruoli di genere rigidi: le figlie devono essere curate e gradevoli, i figli virili e conquistatori. Poi ci stupiamo se, da adulti, i maschi riducono la donna a immagine sessuale.
Ogni volta che emerge uno scandalo, la risposta politica è la stessa: inasprire le pene. Ma il problema non si risolve con nuovi reati. Gli uomini non smetteranno di colpo di fare commenti sessuali. Il punto è quando quei commenti diventano sistemici: abitudine, regola di gruppo, criterio di giudizio per carriere o reputazioni. Il vero problema non è la sessualità in sé, ma la riduzione della donna a solo sessualità.
L’educazione come terreno decisivo

Non basta mettere più donne al potere. Non basta sanzionare i comportamenti estremi. Se vogliamo cambiare davvero, dobbiamo agire a monte: nella cultura e nell’educazione.
Scuola: introdurre una seria educazione affettiva e sessuale, non lasciata alla discrezione delle famiglie, ma parte integrante della formazione civica.
Famiglie: smettere di trasmettere modelli maschilisti inconsapevoli. Insegnare ai figli maschi che la forza non si misura sulla conquista, e alle figlie che non devono piacere per essere riconosciute.
Media: smontare l’immaginario che ancora oggi rappresenta la donna come corpo decorativo o sessuale in pubblicità, fiction e spettacolo.
Politica: smettere di tollerare sessismo e doppi standard, partendo da chi ricopre ruoli istituzionali.
Un problema di civiltà
La sessualizzazione delle donne non è un’emergenza digitale: è un problema di civiltà. Internet ha reso visibile ciò che prima accadeva nei bar, negli spogliatoi, nei circoli chiusi.
Oggi la differenza è che le vittime non sono più invisibili. Le insegnanti, le colleghe, le studentesse, le donne al potere hanno finalmente voce per denunciare. Ma senza un cambiamento culturale collettivo, continueremo a indignarci a ondate, ogni volta che emerge un nuovo scandalo, senza mai andare al cuore del problema.
Dal corpo alla persona
Ridurre la donna a corpo sessuale è la forma più subdola e persistente di disumanizzazione. Possiamo indignarci, possiamo inasprire pene, possiamo eleggere più donne ai vertici. Ma nulla cambierà davvero finché non smantelleremo la cultura che vede nella donna un corpo da giudicare, e non una persona da rispettare.
La lotta alla sessualizzazione femminile non è una battaglia di genere, ma una battaglia di civiltà. E riguarda tutti noi.
Giacomo Zucchelli



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