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Pensione e riscatto della laurea: lo Stato che penalizza chi studia

  • Immagine del redattore: Giacomo Zucchelli
    Giacomo Zucchelli
  • 17 dic 2025
  • Tempo di lettura: 3 min


Pensione e riscatto della laurea: lo Stato penalizza chi studia
immagine generata con Sora

Riscatto della laurea e pensione: cosa cambia davvero

Nella recente manovra economica del governo di centrodestra è stato introdotto un cambiamento che, a prima vista, può sembrare marginale: il taglio del valore temporale del riscatto della laurea ai fini pensionistici.

Non parliamo del costo del riscatto, ma di una cosa molto più simbolica e potente: quanto tempo di vita lavorativa viene riconosciuto allo studio.


La nuova impostazione prevede che:

  • a regime, su tre anni di laurea riscattati, solo sei mesi conteranno davvero per anticipare l’accesso alla pensione;

  • nel caso di una laurea magistrale (3+2), i cinque anni di studio verranno considerati come due anni e mezzo.


L’obiettivo dichiarato è chiaro: ridurre il numero di persone che accedono alla pensione anticipata, contenendo la spesa pubblica. L’effetto collaterale, però, è altrettanto chiaro: si svaluta il tempo dedicato allo studio.


E questo non è un dettaglio tecnico. È una scelta culturale.

La svalutazione del tempo di studio
immagine realizzata con Sora



A che età andrai in pensione? Dipende da quando hai smesso di studiare

Proviamo a semplificare, perché le politiche pubbliche dovrebbero sempre poter essere spiegate a un diciottenne senza usare note ministeriali.



Immaginiamo quattro persone, nate lo stesso anno, con carriere lavorative lineari e senza interruzioni:


1. Chi smette di studiare a 16 anni

  • Inizio lavoro: 16 anni

  • Anni di contributi molto lunghi

  • Pensione anticipata raggiungibile prima


2. Chi finisce le superiori

  • Inizio lavoro: 19 anni

  • 3 anni in meno di contributi rispetto al primo


3. Laurea triennale

  • Inizio lavoro: 22 anni

  • Con il nuovo sistema, dei tre anni di studio solo sei mesi “valgono”


4. Laurea magistrale

  • Inizio lavoro: 25 anni

  • Dei cinque anni di studio, solo due anni e mezzo vengono riconosciuti

Il risultato è paradossale ma coerente con la norma: più studi, più tardi andrai in pensione, anche se durante la tua vita lavorativa avrai probabilmente versato contributi più alti, grazie a stipendi mediamente maggiori.


Il messaggio implicito è semplice e brutale:

studiare è una scelta privata, non un investimento sociale.

Percorsi diversi stesso traguardo
immagine realizzata con Gemini 3.0



Un incentivo rovesciato


In un Paese che da anni dichiara di voler combattere:

  • l’abbandono scolastico,

  • il mismatch tra competenze e mercato del lavoro,

  • la fuga di cervelli,

questa misura va nella direzione opposta.



Non premia chi investe tempo e risorse nella formazione.

Non riconosce il valore collettivo delle competenze.Non tiene conto che una popolazione più istruita produce più crescita, più innovazione, più gettito fiscale nel lungo periodo.

Al contrario, rende razionalmente conveniente uscire prima dal sistema formativo.

E questo, per uno Stato moderno, è un autogol degno di nota.



L’obiezione che regge solo a metà


C’è però un’argomentazione che va presa sul serio, perché non è propaganda:chi ha meno titoli di studio svolge più spesso lavori fisicamente usuranti, più faticosi, più rischiosi.


Ed è vero.


È anche vero che:

  • queste carriere producono pensioni mediamente più basse;

  • chi lavora in ufficio, in ruoli di responsabilità, spesso ha interesse a restare al lavoro più a lungo, perché lo sforzo fisico è minore e il riconoscimento economico maggiore.


Il problema non è riconoscere la fatica dei lavori usuranti. Il problema è farlo penalizzando chi ha studiato, come se le due cose fossero in competizione.


Non lo sono.



La vera direzione del welfare che serve


Se l’obiettivo è rendere sostenibile il sistema pensionistico, le strade sono altre:

  • aumentare gradualmente l’età pensionabile, senza punire i percorsi formativi;

  • migliorare le condizioni di lavoro, soprattutto nei settori più usuranti;

  • usare la tecnologia non solo per aumentare la produttività, ma per ridurre l’usura fisica e mentale;

  • differenziare davvero le tutele, non livellare verso il basso.


E qui entra in gioco una proposta che non è utopia, ma sperimentazione concreta in molti

Paesi:

la settimana lavorativa di quattro giorni.


Ridurre le giornate lavorative da cinque a quattro:

  • migliora la salute fisica e mentale;

  • aumenta la produttività;

  • crea occupazione nell’economia del tempo libero;

  • redistribuisce lavoro senza abbassare il valore del tempo.


Se poi due dei tre giorni di riposo fossero consecutivi, l’impatto sociale ed economico sarebbe ancora più rilevante.

Ripensare il tempo, non punire le scelte
immagine realizzata con Sora

Conclusione: il tempo non è neutro


Ogni politica sul lavoro e sulle pensioni è, prima di tutto, una politica sul tempo.

E il tempo dice cosa conta davvero.


Con questa scelta, lo Stato italiano sta dicendo che:

  • il tempo speso a produrre vale più del tempo speso a capire;

  • il lavoro conta più della conoscenza;

  • lo studio è un lusso, non un bene pubblico.


È una visione miope, che guarda al risparmio immediato e ignora il costo futuro.

Un Paese che svaluta lo studio non perde solo cervelli.

Perde direzione.


E poi si chiede perché se ne vanno.

 
 
 

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