Ogni generazione pensa di essere migliore della precedente
Opera, GenZ e la solita illusione culturale che si ripete

Nei giorni scorsi una frase dell’attore Timothée Chalamet ha riacceso una piccola polemica culturale. Durante una conversazione televisiva, l’attore – spesso considerato un’icona della Generazione Z – ha detto di non voler lavorare nel mondo dell’opera o del balletto, perché nella sua generazione sono ambiti di cui “non importa più a nessuno”.
La frase è stata ripresa da diversi giornali. In uno di questi interventi il critico musicale Alberto Mattioli ha definito quella di Chalamet una “sciocchezza”, cogliendo l’occasione per difendere il valore dell’opera e criticare quella che percepisce come una cultura contemporanea sempre più simile a un grande reality show.
La polemica è interessante, ma forse non per le ragioni che sembrano emergere nel dibattito.
Cosa dicono i dati
Prima delle opinioni, conviene guardare ai numeri.
Secondo l’ISTAT, nel 2024 circa il 10,8% della popolazione italiana ha partecipato almeno una volta a concerti di musica classica o opera.Nello stesso periodo:
il teatro raggiunge circa il 22% della popolazione;
gli altri concerti (pop, rock, ecc.) quasi il 25%;
musei e mostre oltre il 33%.
L’opera e la musica classica restano quindi tra le pratiche culturali meno diffuse.
Un altro dato riguarda i giovani. Nelle elaborazioni ISTAT sulla partecipazione culturale dei 15-34enni, i concerti di musica classica e l’opera risultano tra gli eventi meno frequentati rispetto ad altre attività culturali.
Questo non significa che l’opera sia morta o che non interessi più a nessuno. Significa però che il suo pubblico è relativamente ristretto.
In questo senso, la percezione espressa da Chalamet non nasce dal nulla.
Il dato che complica la narrazione
C’è però un elemento che spesso sfugge nel dibattito.
Sempre secondo l’ISTAT, i giovani sono il gruppo che partecipa di più alle attività culturali fuori casa.Nel 2024 la quota più alta di partecipazione si registra proprio tra i 15 e i 24 anni.
Il problema quindi non è che le nuove generazioni non siano interessate alla cultura.
Piuttosto, sono interessate a forme culturali diverse.
Cultura alta e cultura popolare
Qui entra in gioco un meccanismo sociologico ben noto.
Il sociologo Pierre Bourdieu spiegava che le società costruiscono continuamente una distinzione tra cultura “alta” e cultura “popolare”. Questa distinzione non è naturale: è il risultato di processi storici che attribuiscono maggiore prestigio ad alcune forme culturali rispetto ad altre.
Il punto è che questa gerarchia cambia nel tempo.
Molte opere culturali oggi considerate “classiche” erano, nel loro tempo, forme di intrattenimento popolare.
Vale anche per il cinema italiano.Per anni film come Fantozzi, le commedie dei Vanzina o il cinema comico di Abatantuono sono stati considerati cultura “bassa”. Oggi vengono spesso analizzati come documenti preziosi della società italiana.
Il confine tra cultura alta e cultura popolare non è fisso: si sposta continuamente.
Il paradosso dell’opera
C’è poi un dettaglio storico che spesso dimentichiamo: l’opera nasce come cultura popolare.
Nell’Ottocento i teatri d’opera erano luoghi rumorosi e sociali.Si mangiava, si parlava, si commentava durante la rappresentazione.
Verdi non era un autore di nicchia. Era una forma di intrattenimento di massa.
Solo nel Novecento l’opera ha assunto sempre più il carattere di rituale culturale elitario, con codici sociali rigidi e un pubblico progressivamente più ristretto.
Quando una forma culturale si istituzionalizza troppo, spesso succede proprio questo: si allontana dal pubblico che l’aveva resa popolare.
Ogni generazione costruisce il proprio immaginario
Forse la chiave per leggere questa polemica è più semplice.
Ogni generazione costruisce il proprio immaginario culturale.
Per chi è cresciuto nel Novecento quell’immaginario era formato da cinema, televisione, musica e letteratura.
Per le generazioni di oggi si costruisce anche attraverso piattaforme digitali, streaming, videogiochi, social media e nuovi linguaggi narrativi.
Questo non significa che una cultura sia superiore all’altra.Significa semplicemente che i codici culturali cambiano.
La domanda giusta
Alla fine la discussione tra un giovane attore che racconta la percezione della sua generazione e un critico musicale che difende una tradizione culturale dice più delle tensioni del nostro tempo che dell’opera stessa.
Entrambi parlano da posizioni diverse.
L’attore esprime una percezione generazionale.Il critico difende un patrimonio culturale che conosce profondamente.
La domanda interessante non è se l’opera sia ancora importante.
La domanda è un’altra:come può una tradizione culturale dialogare con l’immaginario delle nuove generazioni.
Perché la storia della cultura ci insegna una cosa piuttosto semplice.
Le opere che sopravvivono non sono quelle difese con più forza, ma quelle che riescono a farsi riscoprire da ogni nuova generazione.



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