La Bottiglia

Una bottiglia cade. Il vetro si frantuma sul selciato di una piazza. È un sabato sera come tanti, in una città come tante. Qualcuno ride. Qualcuno si allontana. Nessuno raccoglie i cocci.
Poi qualcuno lo chiede. E lì la bottiglia smette di essere una bottiglia.
Non so se Giacomo Bongiorni fosse un eroe. Probabilmente era una persona normale — con i suoi pregi, i suoi difetti, le sue reazioni. Forse, come me, era uno che se lo provochi non si tira indietro. Non lo conosco. Ma mi ci sento vicino. Anche nell'errore che forse ha commesso. Perché quell'impulso — difendere uno spazio condiviso, dire questo non si fa — lo riconosco. L'ho sentito anch'io. E non sempre mi sono comportato meglio di quanto forse si sia comportato lui.
Quello che è successo dopo, però, non riguarda più lui. Riguarda noi.
La comunità è una cosa fragile. Si costruisce lentamente, si incrina in fretta. E quando si incrina, il modo in cui reagiamo dice tutto su chi siamo — molto più di quanto dica l'incidente che l'ha spaccata.
Domenica mattina la notizia arriva come arrivano le cose brutte: prima come voce, poi come articolo, poi come valanga. Un uomo morto. Un figlio di undici anni che guardava. Una piazza devastata. E subito — con una velocità che dovrebbe farci riflettere — la comunità si ricompone. Ma in una forma nuova. Una forma che non è comunità. È qualcos'altro.

È la fiaccolata reale — quella vera, partecipata, commossa, che ho vissuto martedì sera e che era genuina. Perché il bisogno che la muoveva era genuino: il bisogno di stare insieme, di sentirsi meno soli, di dire questo non è il mondo che vogliamo. In un periodo in cui le giornate sono già abbastanza cupe, quel bisogno è reale e va rispettato.
Ma è anche la piazza virtuale. E quella è un'altra cosa.
Quella piazza non elabora. Quella piazza sentenzia.
Ho letto i commenti — sì, lo so, mio figlio mi ha rimproverato con ironia: "stai leggendo i commenti?". Ho la mia regola ferrea, e l'ho infranta. Quello che ho visto non mi ha sorpreso. Mi ha confermato.

La piazza virtuale non ammette complessità. Non ammette dissenso. Non aspetta i video, non aspetta il processo, non aspetta la perizia medica. Ha già la verità — anzi, ce l'ha nel senso di possederla. E chi prova a introdurre un dubbio viene travolto. Gli avvocati difensori — che stanno facendo esattamente quello che la Costituzione chiede loro di fare — vengono trattati come complici. Il diritto alla difesa, quella cosa noiosa scritta nell'articolo 24, viene ignorato con olimpica disinvoltura.
E mentre tutto questo accade, le nuove generazioni guardano. Guardano noi adulti che prendiamo a calci una persona già a terra — metaforicamente, stavolta — e la massacriamo senza accorgerci, o fregandocene, che ci stanno osservando.
La bottiglia rotta, quella vera, quella di sabato sera: qualcuno ha chiesto che venisse raccolta. È morto per questo, forse. O forse no — non lo sappiamo ancora con certezza. Ma quella bottiglia virtuale che abbiamo frantumato nei giorni successivi, sui social, nei commenti, nelle sentenze da tastiera: quella nessuno la raccoglierà. Resterà lì, sul selciato. E qualcuno, prima o poi, ci camminerà sopra.
La comunità vera — quella che vorrei, quella che proviamo a costruire ogni giorno — non si riconosce da come celebra i suoi eroi. Si riconosce da come tratta i suoi dubbi. Da come sta nel mezzo, nell'incertezza, senza aver bisogno di una sentenza immediata per sentirsi al sicuro.

Giacomo Bongiorni merita giustizia. La sua famiglia merita rispetto. I ragazzi arrestati meritano un processo equo. E noi — tutti noi — meritiamo una piazza, reale e virtuale, in cui sia ancora possibile dire non so senza essere azzannati.
Continuerò a cercare di dare il buon esempio ai miei figli. A ricordare che il rispetto — delle persone, delle idee, dei luoghi — è la base di qualsiasi comunità.
E continuerò, il più possibile, a non leggere i commenti.



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