Cosa rimane dopo

Sabato notte a Massa un uomo di 47 anni è stato ucciso davanti a suo figlio di undici anni. Un gruppo di ragazzi stava lanciando bottiglie contro una porta di vetro. Lui li ha fermati. Lo hanno ammazzato per questo.
Non aggiungo altro alla cronaca. I fatti parlano da soli.
Quello che invece ha bisogno di essere detto è altro: quella morte non è un'anomalia. È il punto di arrivo visibile di qualcosa che si costruisce lentamente, ogni giorno, in modo quasi invisibile.

Quell'uomo stava facendo una cosa semplice e difficilissima insieme: dare il buon esempio davanti a suo figlio. Perché se insegni a tuo figlio che certe cose non si fanno, poi devi dirlo anche quando le vedi fare dagli altri. Anche quando è scomodo. Anche quando fa paura. È un gesto che riconosco — che forse riconosciamo in molti — perché ci è capitato di trovarci in situazioni simili. A volte l'abbiamo fatto, a volte no. Non è facile.
Eppure è esattamente questo che significa fare comunità: farsi carico non solo dei propri figli, ma anche di quelli degli altri. Criticare i propri figli quando sbagliano, ma avere la stessa disponibilità verso chi non è tuo figlio. È un gesto di civiltà quotidiana, minuto, invisibile.
Finché non lo fa più nessuno. E allora qualcuno ci rimette la vita.

Dall'altra parte di quella scena c'erano ragazzi tra i sedici e i vent'anni, origini diverse, storie diverse. Il denominatore comune non era la provenienza: era l'assenza di un futuro percepito come proprio. Una generazione che si sente esclusa a priori non ha ragioni per trattenersi. Questo non è giustificazione — è analisi. Ed è esattamente da qui che bisogna ripartire.
Il presidente della Provincia Valettini ha parlato di analfabetismo emotivo. È la parola giusta, e vale la pena sostare su di essa. L'analfabetismo emotivo non nasce per caso: è il risultato di un sistema che ha smesso di insegnare a leggere le proprie emozioni. La rabbia, in particolare. Non la rabbia come vizio da correggere, ma come emozione reale, legittima, che però richiede strumenti per essere elaborata. Quando quegli strumenti mancano, la rabbia trova da sola una via d'uscita. Spesso è la più corta.

Valettini chiede che la scuola e la famiglia tornino a essere il primo baluardo contro questo analfabetismo. Aggiungerei: insieme agli adulti che sono in strada, nei locali, nei campetti, nelle associazioni. La comunità educante non ha confini istituzionali. È fatta di chiunque, in un momento dato, decide di esserci.
Quella scelta merita di non restare sola. E allora vale la pena chiedersi cosa stiamo costruendo, concretamente, perché non resti sola.
La risposta istituzionale, per ora, è quella che conosciamo: coprifuoco per gli alcolici, divieto di vetro dopo le ventidue, chiusura anticipata dei locali. Nell'immediato qualcosa bisogna fare, ed è comprensibile. Ma se queste misure non sono accompagnate da altro — da investimenti seri sulla presenza adulta, sull'aggregazione, sull'educazione emotiva — resteranno quello che sono: un modo per spostare il problema senza toccarlo. I ragazzi non spariscono: si spostano dove non li vede nessuno, dove le sostanze sono peggiori e gli adulti di riferimento sono zero. Nel frattempo i gestori dei locali — che potrebbero essere alleati preziosi — vengono trattati come parte del problema.
Quello che servirebbe è più difficile da vendere in una conferenza stampa: ricostruire contesti in cui i giovani esistano come soggetti, non come problema. Spostare l'attenzione dal punire il peggiore al riconoscere chi fa bene — perché additare pubblicamente il "cattivo" del gruppo non fa che aumentarne il carisma tra i pari. Insegnare la gestione della rabbia nelle scuole, nelle famiglie, nei luoghi di aggregazione. Che gli adulti smettano di dimenticare com'era avere vent'anni: il gap generazionale non si misura in anni, ma in capacità di ascolto.

Tornare a essere comunità — come chiede Valettini — significa tutto questo. Non è uno slogan: è un lavoro quotidiano, fatto di scelte piccole e concrete.
Invisibili, finché qualcuno non smette di farle.



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