top of page

Dodici anni senza Mondiali. L'Italia e la fine di un rito collettivo

Immagine del redattore: Giacomo Zucchelli
Giacomo Zucchelli
1 apr
Tempo di lettura: 3 min

dodici anni senza mondiali
Immagine realizzata con Chat GPT

C'è una differenza che mi è sempre stata chiara, anche se ho impiegato del tempo a trovarle le parole giuste. La differenza tra un eroe sportivo e un'infrastruttura sportiva.


Sinner vince, Antonelli debutta in Formula 1, Bezzecchi lotta per il mondiale MotoGP. Sono storie belle, alcune bellissime. Eppure non riescono a fare quello che faceva Italia-Argentina a Italia '90 o la notte del 9 luglio 2006. Non lo fanno per una ragione strutturale, non per mancanza di talento o di valore.


Il problema degli eroi del momento


Un mese fa, quanti sapevano chi fosse Andrea Kimi Antonelli? Probabilmente meno di quanti pensino di averlo sempre saputo. È il meccanismo degli eroi del momento: emergono, brillano, e spesso spariscono dall'immaginario collettivo quando smettono di vincere — o quando smette di esserci una storia in corso da seguire.


Non è una critica a loro. È una critica al sistema.



gli eroi del momento
Immagine realizzata con ChatGPT

Pensate alla nazionale di pallavolo di Velasco. Lucchetta, Zorzi, Bernardi: un gruppo che negli anni Novanta era probabilmente la squadra italiana più forte del mondo in qualsiasi disciplina. Gente che sapeva cos'era la pallavolo, che la seguiva, che esultava. E poi? Finita la loro parabola, finito l'interesse. La pallavolo è tornata uno sport di cui ci accorgiamo ogni quattro anni, se siamo fortunati.


Questo è il destino degli eroi episodici: costruiscono fan, non comunità. Generano tifo, non appartenenza.


Sport d'élite, eroi irraggiungibili

C'è però un problema ulteriore, che riguarda proprio i tre nomi che oggi rappresentano il meglio dello sport italiano: tennis, Formula 1, MotoGP.


Sono sport bellissimi. Sono anche sport che hanno una barriera d'accesso enorme.


Per diventare un tennista competitivo a livello internazionale servono anni di accademia, attrezzatura costosa, genitori disposti a investire tempo e denaro, spesso una rete di sponsor precoci. Per la Formula 1 siamo su un altro pianeta: i percorsi giovanili nelle categorie propedeutiche costano centinaia di migliaia di euro. La MotoGP è forse la più accessibile delle tre, ma neanche lì si improvvisa.



la nazionale
immagine realizzata con ChatGPT

Il calcio — almeno storicamente, almeno nell'Italia del secondo Novecento — era diverso. Era lo sport della scalata. Bastava un campetto, due portieri improvvisati, e il talento poteva emergere da qualsiasi periferia, da qualsiasi ceto. Era lo sport in cui il figlio di un operaio poteva diventare un eroe nazionale. Quella traiettoria era reale, e quella realtà alimentava l'identificazione collettiva.


Quando cade il calcio come vettore identitario, non lo sostituisce nulla di popolare e accessibile. Lo sostituiscono storie meravigliose ma distanti, in cui il sogno è ammirato più che condiviso.


Dodici anni. Una generazione.


Sport e solitudine sotto un cielo grigio
Immagine realizzata con ChatGPT

La terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali non è solo un disastro federale o un problema tecnico del movimento calcistico italiano. È una rottura di continuità narrativa che pochi sembrano voler nominare per quello che è.


Dodici anni senza Mondiali significano una generazione intera — dai quattordici ai ventisei anni — che non ha mai vissuto quel momento. Non la vittoria, necessariamente. Proprio il momento. Il bar aperto fino a tardi, le bandiere sui finestrini delle macchine, il litigio con lo zio sul modulo, la delusione condivisa, il rigore sbagliato che diventa memoria comune.


Perché anche la sconfitta costruisce identità, se è vissuta dentro una storia condivisa. Il problema non è che l'Italia non vince. Il problema è che l'Italia non c'è. Non partecipa alla storia.


Io ho memorie nette e fondative di Italia '82 — ero bambino, e probabilmente ricordo più l'atmosfera che le partite. Ma il '90 e il '94 li ho vissuti davvero, con gli amici, con la comunità, con quel senso fisico di essere italiani che si attiva solo in certi momenti. Credo che sia successo a quasi tutti quelli della mia generazione. È uno di quei ricordi che non ha bisogno di essere spiegato: basta nominarli e capirsi.


Mio figlio più piccolo ha quindici anni. Non ha mai vissuto un Mondiale con l'Italia dentro.


Il rituale che non c'è più


il rituale che non c'è più
Immagine realizzata con ChatGPT

I grandi eventi sportivi collettivi fanno una cosa che nessun eroe individuale può fare: creano un rituale condiviso, trasversale a classi, generazioni, orientamenti politici. In Germania, il Mondiale del 2006 è stato studiato come acceleratore di coesione sociale nel paese post-riunificazione — una nazione che stava ancora cercando di costruire un'identità comune, e che trovò in quelle settimane qualcosa di inaspettatamente unificante.


In Italia quel vettore si è indebolito. E si è indebolito proprio nei confronti di chi ne avrebbe più bisogno: le generazioni in formazione, comprese quelle di seconda generazione che spesso — comprensibilmente — mantengono un'identificazione sportiva più forte con il paese d'origine della propria famiglia.


Non ho soluzioni da offrire per la Federazione calcio italiana. Non è il mio mestiere. Ma ho una convinzione sociologica abbastanza ferma: perdere un rituale collettivo non è mai un fatto neutro. Lascia un vuoto. E i vuoti, nell'immaginario collettivo, vengono riempiti — non sempre con qualcosa di meglio.

 
 
 

Commenti


© 2024 by GQuadro

bottom of page