Dodici anni senza Mondiali. L'Italia e la fine di un rito collettivo

C'è una differenza che mi è sempre stata chiara, anche se ho impiegato del tempo a trovarle le parole giuste. La differenza tra un eroe sportivo e un'infrastruttura sportiva.
Sinner vince, Antonelli debutta in Formula 1, Bezzecchi lotta per il mondiale MotoGP. Sono storie belle, alcune bellissime. Eppure non riescono a fare quello che faceva Italia-Argentina a Italia '90 o la notte del 9 luglio 2006. Non lo fanno per una ragione strutturale, non per mancanza di talento o di valore.
Il problema degli eroi del momento
Un mese fa, quanti sapevano chi fosse Andrea Kimi Antonelli? Probabilmente meno di quanti pensino di averlo sempre saputo. È il meccanismo degli eroi del momento: emergono, brillano, e spesso spariscono dall'immaginario collettivo quando smettono di vincere — o quando smette di esserci una storia in corso da seguire.
Non è una critica a loro. È una critica al sistema.

Pensate alla nazionale di pallavolo di Velasco. Lucchetta, Zorzi, Bernardi: un gruppo che negli anni Novanta era probabilmente la squadra italiana più forte del mondo in qualsiasi disciplina. Gente che sapeva cos'era la pallavolo, che la seguiva, che esultava. E poi? Finita la loro parabola, finito l'interesse. La pallavolo è tornata uno sport di cui ci accorgiamo ogni quattro anni, se siamo fortunati.
Questo è il destino degli eroi episodici: costruiscono fan, non comunità. Generano tifo, non appartenenza.
Sport d'élite, eroi irraggiungibili
C'è però un problema ulteriore, che riguarda proprio i tre nomi che oggi rappresentano il meglio dello sport italiano: tennis, Formula 1, MotoGP.
Sono sport bellissimi. Sono anche sport che hanno una barriera d'accesso enorme.
Per diventare un tennista competitivo a livello internazionale servono anni di accademia, attrezzatura costosa, genitori disposti a investire tempo e denaro, spesso una rete di sponsor precoci. Per la Formula 1 siamo su un altro pianeta: i percorsi giovanili nelle categorie propedeutiche costano centinaia di migliaia di euro. La MotoGP è forse la più accessibile delle tre, ma neanche lì si improvvisa.

Il calcio — almeno storicamente, almeno nell'Italia del secondo Novecento — era diverso. Era lo sport della scalata. Bastava un campetto, due portieri improvvisati, e il talento poteva emergere da qualsiasi periferia, da qualsiasi ceto. Era lo sport in cui il figlio di un operaio poteva diventare un eroe nazionale. Quella traiettoria era reale, e quella realtà alimentava l'identificazione collettiva.
Quando cade il calcio come vettore identitario, non lo sostituisce nulla di popolare e accessibile. Lo sostituiscono storie meravigliose ma distanti, in cui il sogno è ammirato più che condiviso.
Dodici anni. Una generazione.

La terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali non è solo un disastro federale o un problema tecnico del movimento calcistico italiano. È una rottura di continuità narrativa che pochi sembrano voler nominare per quello che è.
Dodici anni senza Mondiali significano una generazione intera — dai quattordici ai ventisei anni — che non ha mai vissuto quel momento. Non la vittoria, necessariamente. Proprio il momento. Il bar aperto fino a tardi, le bandiere sui finestrini delle macchine, il litigio con lo zio sul modulo, la delusione condivisa, il rigore sbagliato che diventa memoria comune.
Perché anche la sconfitta costruisce identità, se è vissuta dentro una storia condivisa. Il problema non è che l'Italia non vince. Il problema è che l'Italia non c'è. Non partecipa alla storia.
Io ho memorie nette e fondative di Italia '82 — ero bambino, e probabilmente ricordo più l'atmosfera che le partite. Ma il '90 e il '94 li ho vissuti davvero, con gli amici, con la comunità, con quel senso fisico di essere italiani che si attiva solo in certi momenti. Credo che sia successo a quasi tutti quelli della mia generazione. È uno di quei ricordi che non ha bisogno di essere spiegato: basta nominarli e capirsi.
Mio figlio più piccolo ha quindici anni. Non ha mai vissuto un Mondiale con l'Italia dentro.
Il rituale che non c'è più

I grandi eventi sportivi collettivi fanno una cosa che nessun eroe individuale può fare: creano un rituale condiviso, trasversale a classi, generazioni, orientamenti politici. In Germania, il Mondiale del 2006 è stato studiato come acceleratore di coesione sociale nel paese post-riunificazione — una nazione che stava ancora cercando di costruire un'identità comune, e che trovò in quelle settimane qualcosa di inaspettatamente unificante.
In Italia quel vettore si è indebolito. E si è indebolito proprio nei confronti di chi ne avrebbe più bisogno: le generazioni in formazione, comprese quelle di seconda generazione che spesso — comprensibilmente — mantengono un'identificazione sportiva più forte con il paese d'origine della propria famiglia.
Non ho soluzioni da offrire per la Federazione calcio italiana. Non è il mio mestiere. Ma ho una convinzione sociologica abbastanza ferma: perdere un rituale collettivo non è mai un fatto neutro. Lascia un vuoto. E i vuoti, nell'immaginario collettivo, vengono riempiti — non sempre con qualcosa di meglio.



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