La democrazia difensiva
Cosa ci dice il referendum del 22-23 marzo 2026 sul rapporto tra generazioni, partecipazione e senso civico in Italia
Il 23 marzo 2026, quando i dati definitivi del referendum sulla riforma della giustizia hanno cominciato a circolare, molti osservatori si sono trovati a dover rivedere i propri modelli interpretativi. Non perché avessero sbagliato a leggere i sondaggi — quelli erano stati piuttosto precisi — ma perché l'entità del fenomeno, la qualità della partecipazione, i profili demografici del voto raccontavano qualcosa che i modelli correnti faticano a catturare.
Questo articolo prova a leggere quei dati da una prospettiva sociologica, usando come chiave interpretativa la questione generazionale e il concetto mannheimiano di "unità generazionale" come soggetto politico.
1. I numeri, prima di tutto
Il quadro quantitativo è già di per sé eloquente. L'affluenza definitiva si è attestata al 58,9%: il dato più alto mai registrato per un referendum costituzionale votato su due giorni in Italia. Per trovare un confronto occorre risalire al referendum costituzionale del 2016 — quello sulla riforma Renzi — che però si tenne in un'unica giornata e raggiunse il 65,5%.
A rendere il dato ancora più significativo è il confronto con le consultazioni immediatamente precedenti: le elezioni europee del 2024 si erano fermate al 49,7% (minimo storico), i referendum abrogativi del giugno 2025 su lavoro e cittadinanza avevano toccato un misero 30,5%. Stiamo parlando di un balzo di quasi trenta punti percentuali rispetto a una tornata referendaria avvenuta appena nove mesi prima.

Il risultato nel merito: il No alla riforma ha vinto con il 53,7% contro il 46,3% del Sì, con un margine di circa due milioni di voti. Il No ha prevalso in 17 regioni su 20, in tutte le grandi città, e ha ottenuto percentuali spettacolari in alcune aree — Napoli 75%, Bologna 68%, Palermo 68% — che eccedono di gran lunga la forza elettorale dei partiti di opposizione in quei territori.
L'appartenenza a un partito spiega meno del 7% dei motivi per cui la gente è andata a votare. Il restante 93% sono cittadini mossi da convinzione personale." — YouTrend
Il No ha raccolto circa 14,5 milioni di voti, contro gli 11,7 milioni che la somma di PD e M5S aveva ottenuto alle politiche del 2022. Significa che circa 2,8 milioni di persone hanno votato No senza essere elettori strutturali del centrosinistra: sono andati alle urne, hanno scelto, e probabilmente non torneranno facilmente a farlo per un partito.
2. Il paradosso della partecipazione selettiva
La domanda più interessante non è "perché hanno votato No", ma "perché hanno votato". E soprattutto: perché hanno votato adesso, su questo, e non nove mesi fa su temi — il lavoro, i diritti — che li riguardano in modo forse più diretto e quotidiano?
Il paradosso è lampante. Il referendum del giugno 2025 riguardava l'abrogazione di parti del Jobs Act, la tutela contro i licenziamenti nelle piccole imprese, i contratti a termine, la cittadinanza. Argomenti che toccano la vita concreta di milioni di persone, in particolare dei più giovani e dei più precari. Eppure l'affluenza si è fermata al 30,5%.
Nove mesi dopo, su una riforma dell'ordinamento giudiziario — materia tecnica, complessa, lontana dall'esperienza quotidiana della maggioranza dei cittadini — l'Italia si mobilita in modo inaspettato, con picchi di partecipazione che non si vedevano da anni. La risposta convenzionale sarebbe: il referendum del 2026 era più "politicizzato", più visibile mediaticamente, sostenuto da una campagna più efficace. Tutto vero. Ma questa risposta non è sufficiente. Occorre andare più in profondità.

3. Mannheim e la questione delle unità generazionali
Karl Mannheim, nel suo saggio del 1928 sul problema delle generazioni, distingueva tra "posizione generazionale", "connessione generazionale" e "unità generazionale". Non è sufficiente nascere nello stesso periodo storico per costituire una generazione in senso sociologico: occorre aver condiviso esperienze formative comuni che strutturano un modo specifico di vedere il mondo e di reagire agli stimoli sociali.
Le "unità generazionali" sono quei sottogruppi all'interno di una generazione che elaborano le esperienze comuni in modo coeso e sviluppano una risposta politica o culturale riconoscibile. Non tutti i nati negli stessi anni formano un'unità: lo fanno solo quelli che, a partire da quelle esperienze, costruiscono un frame condiviso di interpretazione della realtà.
I dati del referendum del 2026 suggeriscono che qualcosa di simile si stia strutturando tra i più giovani dell'elettorato italiano. Gli under 34 hanno votato No al 61,1% — il dato più netto di qualsiasi fascia d'età — e soprattutto sono andati a votare in numero inaspettato, superando le previsioni di tutti gli istituti demoscopici. Sono la stessa generazione che alle politiche del 2022 aveva fatto registrare un tasso di astensione del 42,7%.

Solo il 7% degli elettori del No ha dichiarato di aver seguito le indicazioni del proprio partito. Tra i giovani questa percentuale è ancora più bassa.
Il dato sulla motivazione è altrettanto rivelatore: solo il 7% dei votanti No ha dichiarato di aver seguito le indicazioni del proprio partito. Il voto si è diffuso orizzontalmente — attraverso conversazioni tra pari, contenuti sui social media, reti informali — e non verticalmente attraverso i canali tradizionali della comunicazione politica. Questo è esattamente il meccanismo che Mannheim descrive come costitutivo dell'unità generazionale: una risposta politica che si forma al di fuori delle strutture istituzionali, in modo spontaneo e condiviso.
La domanda che ne consegue è: intorno a quale esperienza formativa si sta coagulando questa unità? Non, evidentemente, intorno alla precarietà lavorativa — temi che pure li riguardano direttamente. Intorno a qualcosa di più astratto ma emotivamente più potente: la percezione di un sistema istituzionale che si sta chiudendo, di una democrazia che rischia di essere svuotata dall'interno.
4. La democrazia difensiva: mobilitazione contro, non per
C'è un pattern che attraversa tutta la storia referendaria italiana, e che questo voto rende ancora più visibile. Gli italiani si mobilitano per difendere qualcosa che già possiedono molto più che per conquistare qualcosa che non hanno ancora.
Il referendum del 2016 sulla riforma Renzi aveva visto un'affluenza straordinaria non perché gli italiani fossero appassionati di bicameralismo e senato elettivo, ma perché quella riforma era percepita come una minaccia all'assetto costituzionale esistente. Il referendum del 2026 riproduce lo stesso meccanismo. La motivazione principale dichiarata dai votanti No è stata, nel 61% dei casi, "non modificare la Costituzione": non l'opposizione nel merito alla separazione delle carriere, ma il rifiuto istintivo di toccare il documento fondativo della Repubblica.
Questo è quello che chiamo democrazia difensiva: una forma di partecipazione politica che si attiva non quando ci sono diritti da conquistare, ma quando ci sono diritti da proteggere. Non è una democrazia propositiva, che costruisce; è una democrazia reattiva, che resiste. E ha una caratteristica specifica: mobilita trasversalmente, al di là delle appartenenze partitiche, proprio perché il frame della difesa è emotivamente più potente e meno divisivo del frame della conquista.

I dati sul voto per partito confermano questa lettura. Forza Italia ha registrato un 16% di No tra i propri elettori, la Lega il 14%. Non sono numeri marginali: sono il segnale che pezzi del centrodestra hanno risposto a un appello identitario — la tutela delle garanzie costituzionali — che ha prevalso sulla fedeltà di coalizione.
5. Il conflitto generazionale come chiave interpretativa
C'è un'ultima dimensione che merita attenzione, e che rappresenta forse la più interessante dal punto di vista sociologico: la frattura generazionale nel voto.
Gli over 55 sono l'unico segmento demografico in cui il Sì ha prevalso, seppur di misura (50,7% contro 49,3%). I Boomers e la generazione silenziosa si sono schierati compattamente a favore della riforma, con un'alta partecipazione e un orientamento chiaro. I giovani si sono schierati altrettanto compattamente contro, con lo stesso grado di coesione ma attraverso canali completamente diversi.
Questa frattura non è casuale, e non è riducibile a una questione di "cultura politica" o di "valori". Va letta in un contesto più ampio: quello del conflitto tra generazioni come forma strutturale di antagonismo sociale nell'Italia contemporanea.
La generazione dei Boomers ha costruito le proprie posizioni di rendita in un'epoca di espansione economica, di occupazione stabile, di stato sociale solido. Ha beneficiato di un sistema pensionistico generoso, di un mercato immobiliare accessibile, di una mobilità sociale che le generazioni successive non hanno più potuto praticare nella stessa misura.
Le generazioni più giovani si trovano a ereditare un sistema largamente consumato da chi li ha preceduti: precariato strutturale, salari stagnanti, costo della vita crescente, sistemi pensionistici riscritti al ribasso. La Costituzione — ecco il punto — è percepita come l'unico asset intergenerazionale rimasto intatto, l'unica eredità non saccheggiata.
La Costituzione è l'unico bene che le generazioni precedenti non ci hanno ancora tolto. Difenderla è un atto di autotutela generazionale.
In questa prospettiva, il voto dei giovani per il No al referendum non è semplicemente un voto "progressista" o "anti-governo": è un atto di autotutela generazionale. Non è un caso che i Millennials abbiano fatto registrare il tasso di astensione più alto (47,5%) anche in questo referendum. La generazione più colpita dalla precarietà, quella che abita le città più care d'Europa con salari tra i più bassi d'Occidente, non si è mobilitata nemmeno questa volta in modo compatto. Non per disinteresse: per sfiducia profonda.
6. Cosa rimane
Il referendum del 22-23 marzo 2026 lascia sul campo alcune domande che la politica italiana — e la riflessione sociologica — non possono permettersi di ignorare.
La prima riguarda la sostenibilità della democrazia difensiva come forma di partecipazione. Un elettorato che si mobilita solo per resistere, mai per costruire, è un elettorato che esaurisce le sue energie nella difesa dello status quo senza riuscire a immaginare un'alternativa. È una forma di partecipazione preziosa — indispensabile, in certi momenti — ma non sufficiente per alimentare un progetto politico di lungo periodo.
La seconda riguarda il rapporto tra partiti e cittadini. Il fatto che il 93% delle motivazioni al voto sia stato invisibile agli analisti — non riconducibile all'appartenenza partitica — non significa che i partiti siano irrilevanti. Significa che hanno perso la funzione di intermediazione tra esperienza individuale e scelta politica collettiva.
La terza, e forse più urgente, riguarda le generazioni. I giovani che hanno votato No al referendum del 2026 non sono "tornati alla politica" nel senso tradizionale del termine. Hanno trovato un terreno — la Costituzione, la difesa delle garanzie democratiche — su cui esprimere una frustrazione che ha radici ben più profonde. Se quella frustrazione non trova canali di elaborazione politica adeguati, resterà latente fino alla prossima emergenza percepita.
Mannheim ci insegna che le generazioni si formano nelle crisi. La domanda aperta è: l'Italia del 2026 sta vivendo una di quelle crisi formative che producono una nuova unità generazionale capace di incidere sulla struttura del campo politico? O sta semplicemente assistendo a un picco di partecipazione destinato a rientrare nella normalità dell'astensionismo?
I dati, da soli, non rispondono. Ma pongono la domanda con una chiarezza che sarebbe ingenuo ignorare.
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Fonti dei dati: Ipsos Doxa / Corriere della Sera, YouTrend / Sky TG24, Opinio Italia / Rai, Pagella Politica, Ministero dell'Interno (Eligendo). Elaborazioni dell'autore.
Riferimenti teorici: Karl Mannheim, "Das Problem der Generationen" (1928); Federico Capeci, classificazione generazionale italiana.
Per la realizzazione di questo articolo mi sono servito di ClaudeAI



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