Guerre di serie A e di serie B: capire l’indignazione selettiva nell’Europa di oggi
- Giacomo Zucchelli
- 24 set 2025
- Tempo di lettura: 4 min

pubblicato su Eurocomunicazione il 23 settembre 2025
Da Gaza all’Ucraina, passando per il Darfur e i genocidi dimenticati: la vera sfida è riconoscere tutte le vittime, senza selezionare i conflitti in base all’ideologia
Si sente ripetere spesso che “nessuno parla di Gaza”. Eppure giornali, telegiornali e social sono pieni di notizie sul conflitto, di prese di posizione politiche, di manifestazioni di piazza e di appelli alla pace. Gaza è diventata il centro della discussione pubblica globale, al punto che difficilmente si trova un politico o un opinionista che non abbia detto la sua. L’idea che su Gaza cali il silenzio appare quindi più come un artificio retorico che come una realtà. Il problema, semmai, è un altro: la sproporzione di attenzione verso questo conflitto rispetto ad altri scenari altrettanto drammatici. L’opinione pubblica sembra incapace di guardare a più crisi contemporaneamente, come se la capacità di indignazione collettiva fosse una risorsa limitata da indirizzare solo su ciò che cattura più spazio mediatico o si adatta meglio a una narrazione politica preesistente.
Il problema della selezione
Per una parte significativa della popolazione, in particolare nell’area politica che un tempo si sarebbe definita “sinistra”, sembra esistere un solo conflitto degno di indignazione e un solo genocidio da denunciare: quello di Gaza. Questa concentrazione esclusiva porta a ignorare guerre e massacri che continuano a consumarsi altrove. Ancora più problematico è il modo in cui alcuni ambienti “pacifisti” si esprimono: cori di piazza che degenerano in insulti etnici, aggressioni contro chi dissente, richieste di epurazioni accademiche.
Un pacifismo che si trasforma in tifo, che confonde la complessità della realtà con slogan semplificati e che appare più interessato a costruire identità politiche che a difendere davvero la pace e la dignità umana. Si tratta di un paradosso: in nome della pace si legittimano nuove forme di odio, in nome della libertà si negano le libertà altrui, in nome della memoria si dimenticano altre tragedie. Una riduzione che svuota il concetto stesso di pacifismo, rendendolo un esercizio selettivo di indignazione.
La questione del termine “genocidio”
La questione del termine genocidio è centrale. Applicarlo a ciò che Israele sta facendo a Gaza è materia di dibattito giuridico e politico. Alcuni tribunali internazionali stanno valutando la questione e la Santa Sede stessa ha mostrato cautela. Molti osservatori preferiscono parlare di crimini contro l’umanità, sottolineando l’uso indiscriminato della forza, la punizione collettiva, la logica del “chi vive lì è complice”. È già abbastanza per una condanna politica e morale durissima nei confronti del Governo Netanyahu, ma trasformare il termine genocidio in slogan rischia di svuotarlo del suo significato storico e giuridico, banalizzandolo. La potenza delle parole ha un impatto enorme sul modo in cui percepiamo i conflitti: se tutto è genocidio, nulla lo è davvero.
Usare in maniera impropria concetti così pesanti significa privare le vittime reali di genocidi della possibilità di essere ricordate nella loro specificità, e significa anche confondere le categorie del diritto internazionale rendendo più difficile perseguire i responsabili davanti ai tribunali.
I genocidi dimenticati
Concentrarsi esclusivamente su Gaza significa dimenticare altri genocidi e altri conflitti che hanno prodotto centinaia di migliaia di vittime. In Darfur, dal 2003 a oggi, si è consumato un massacro che ha provocato tra 200mila e 400mila morti, 13 milioni di sfollati e oltre 3 milioni di profughi. Una tragedia lunga vent’anni, che ha devastato intere comunità senza mai riuscire a catalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica occidentale. In Bosnia, tra il 1992 e il 1995, si è consumato un genocidio riconosciuto come tale dai tribunali internazionali, con episodi come Srebrenica che restano ancora oggi ferite aperte nella memoria europea. In Ruanda, nel 1994, la comunità internazionale assistette quasi inerme a uno dei più rapidi stermini di massa della storia contemporanea, con oltre 800mila vittime in appena cento giorni.
Oggi, in Ucraina, bombardamenti sistematici contro civili, deportazioni di bambini e distruzioni di infrastrutture essenziali sono oggetto di indagini della Corte Penale Internazionale. Eppure, mentre nelle piazze sventolano bandiere palestinesi, raramente compaiono quelle ucraine, e quasi mai quelle del Darfur o di altre zone del Mondo. Si è così costruita una gerarchia dell’indignazione: guerre di serie A e guerre di serie B, genocidi che fanno rumore e genocidi che restano silenziosi. Questa selezione non nasce solo da ignoranza, ma anche da un bisogno di semplificazione: scegliere un simbolo unico, facilmente riconoscibile, su cui concentrare tutte le emozioni e tutte le rivendicazioni.
Strumenti e responsabilità
A questa distorsione si aggiunge un equivoco culturale sul concetto stesso di pacifismo. Non si tratta di auspicare un Mondo privo di eserciti e di armi, un’utopia già smentita dall’esperienza storica. Gli eserciti esistono e continueranno a esistere; la vera questione è l’uso che se ne fa. Un esercito non è in sé buono o cattivo: è uno strumento, e come ogni strumento può essere usato per difendere, dissuadere, mantenere la pace o, al contrario, per aggredire e distruggere. In questa prospettiva, un esercito europeo ben equipaggiato non sarebbe un tradimento del pacifismo, ma al contrario la condizione per rendere credibili le promesse di “mai più guerra” e per garantire la sicurezza della comunità internazionale. La difesa, in questa visione, non diventa sinonimo di aggressione ma di protezione.
Inoltre, investire in sistemi di difesa comuni significherebbe anche affermare l’idea di un’Europa adulta, capace di assumersi responsabilità geopolitiche invece di rifugiarsi dietro slogan o dipendere da altri attori globali. Il pacifismo ingenuo rischia di produrre più guerre, non meno.
Ogni vittima ha lo stesso diritto
La vera sfida non è scegliere il conflitto più mediatizzato per sentirsi dalla parte giusta, ma riconoscere che la sofferenza non conosce geografie di serie A o di serie B. Gaza merita attenzione, senza dubbio. Ma la meritano anche l’Ucraina, il Darfur e tutti quei popoli rimasti ai margini della memoria collettiva. Un pacifismo autentico dovrebbe saper tenere insieme tutte queste tragedie, non perché siano uguali, ma perché ogni vittima ha lo stesso diritto alla memoria e alla giustizia. La maturità politica e civile si misura da qui: dalla capacità di indignarsi per tutte le ingiustizie, non solo per quelle che fanno comodo a un’identità di parte. Coltivare questa consapevolezza significa sottrarsi alla logica della semplificazione e riconoscere la complessità del Mondo. Significa imparare a guardare oltre i confini delle appartenenze ideologiche, abbracciando un’idea universale di dignità umana che non seleziona chi merita pietà e chi no.



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