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Disagio giovanile e scuola: perché vietare non risolve

  • Immagine del redattore: Giacomo Zucchelli
    Giacomo Zucchelli
  • 19 gen
  • Tempo di lettura: 5 min

Il disagio che gli adulti non vogliono vedere

Quello che è accaduto a La Spezia non è "il problema". E' la spia. E noi adulti stiamo guardando la spia, non il motore


Il fatto di La Spezia (uno studente ucciso da un compagno) non è un “nuovo tipo di adolescenza” e non è la prova che “i giovani sono diventati violenti”. È, più banalmente e più tragicamente, un evento raro e devastante che ci obbliga a guardare una cosa che spesso preferiamo non vedere: il disagio esiste, cambia forma, e ogni tanto esplode.


E qui arriva la parte scomoda: forse non sappiamo nemmeno quale sia davvero il problema, o meglio, non sappiamo quale combinazione di problemi lo abbia reso possibile. Eppure continuiamo a produrre risposte immediate, spesso rumorose, quasi sempre utili a far stare meglio noi adulti. Non i ragazzi.


Su questo mi sento vicino alla lettura di : la tentazione di trovare un colpevole semplice (internet, videogiochi, trap, “i maranza”, la scuola “che non educa più”) è un modo elegante di lavarsi la coscienza.


1) Spazziamo il campo: i giovani non sono “il problema”


qui non c'è nessuno

I giovani non sono un problema. Sono giovani. E i giovani sono sempre diversi dagli adulti, in qualunque epoca: è il loro mestiere biologico e culturale.


Il vero errore è provare a spiegare ciò che accade ai giovani usando le categorie degli adulti, cioè con strumenti pensati per un mondo già stabilizzato. È così che si crea confusione.


E le risposte che di solito cerchiamo (divieti, controlli, strette, “tolleranza zero”) spesso servono soprattutto a noi: ci restituiscono l’illusione di aver ripreso il controllo, senza toccare le cause.



2) La scuola non è la causa. È un luogo della comunità dove il disagio emerge (e può essere accompagnato)



confusione e risposte sbagliate

Difficilmente qualcuno pensa davvero che la scuola come esperienza educativa (relazioni tra pari, insegnanti, apprendimento) sia la causa di questi fatti.Il punto, semmai, è un altro: il luogo scuola.


È lì che i ragazzi stanno molte ore insieme. È lì che le tensioni possono emergere. È lì che, talvolta, accadono i fatti di cronaca. E da qui nasce la tentazione di risposte simboliche come metal detector, controlli, misure di sicurezza visibili.


Ma la scuola non è solo un luogo fisico: è una comunità dentro la comunità. E proprio per questo può essere uno spazio dove non si “previene” il disagio (che non è prevenibile), ma lo si accompagna.


Non con slogan, ma con strumenti stabili:


  • psicologo scolastico gratuito e continuativo,

  • orientatore,

  • counselor,

  • figure che non entrano solo “quando c’è l’emergenza”, ma fanno parte dell’ecosistema quotidiano.


La violenza, peraltro, non è una novità nella storia della scuola: cambia forma con le epoche.


  • Negli anni ’70 il conflitto politico e ideologico entrava anche nei contesti giovanili.

  • Negli anni ’90 e 2000 il tema delle dipendenze (eroina, poi nuove sostanze) ha inciso profondamente sui percorsi di crescita.


La scuola non “produce” violenza. La rende visibile, perché è uno dei pochi luoghi dove le generazioni si incontrano davvero.


3) Dati sentinella: cosa ci dicono i numeri (e cosa no)


Il silenzio digitale che abbiamo lasciato ai ragazzi

Prima di gridare all’“emergenza giovani violenti”, guardiamo alcuni indicatori sentinella da fonti ufficiali (ISTAT, Ministero dell’Interno, ISS):


  • I reati violenti commessi da minorenni in Italia non mostrano un’esplosione strutturale. Ci sono oscillazioni annuali, ma non una crescita lineare e costante tale da parlare di “generazione più violenta”.

  • Aumentano invece gli accessi ai servizi di salute mentale per adolescenti e giovani adulti, soprattutto per ansia, depressione, autolesionismo e ritiro sociale.

  • Il ritiro sociale (hikikomori-like) è in aumento, soprattutto tra i maschi adolescenti: un disagio che non fa rumore, non finisce sui giornali, ma è numericamente molto più diffuso.

  • I fatti di violenza estrema restano statisticamente rari, ma proprio per questo hanno un altissimo impatto simbolico e mediatico.


Tradotto: non siamo davanti a un’ondata di violenza, ma a un malessere diffuso che solo in casi limite prende forme eclatanti.


BOX – False piste (comode per gli adulti, inutili per i ragazzi)



❌ “È colpa dei maranza”Categoria mediatica, non sociologica. Serve a creare un nemico riconoscibile, non a capire i processi.


❌ “È colpa dei videogiochi / della trap”Ipotesi smentite da decenni di ricerca. La violenza simbolica non produce automaticamente violenza reale.


❌ “Ai miei tempi era diverso”Era diverso il contesto, non il disagio. Ogni generazione cresce dentro le contraddizioni del proprio tempo.


❌ “Serve più controllo” Il controllo riduce il rischio immediato, non costruisce competenze emotive né fiducia.


Crescere in un mondo che non aspetta

4) Disagio giovanile: non sparisce, si trasforma



Il disagio giovanile non è un’anomalia da eliminare. È parte del processo di crescita in un mondo pensato da altri.


La differenza, oggi, è la velocità del cambiamento:


  • precarietà,

  • incertezza,

  • crisi delle promesse implicite (“studia e starai meglio”),

  • pandemia gestita come sacrificio generazionale sbilanciato.


Molti giovani hanno interiorizzato l’idea che le regole valgano finché convengono agli adulti. Questo logora la fiducia nelle comunità e nelle istituzioni.


5) Digitale e ipocrisia adulta



Nella scuola si vieta lo smartphone perché “non ci fidiamo”. A casa, però, gli adulti insegnano l’uso del digitale con l’esempio, spesso come strumento di fuga e distrazione.


E poi ci stupiamo se:


  • l’attenzione cala,

  • le lezioni risultano noiose,

  • il digitale viene usato male.


Il problema non è lo smartphone. È l’assenza di adulti capaci di stare dentro il digitale come ambiente educativo, non come minaccia.


6) Fuori controllo, dentro solitudine


Molti genitori ipercontrollano i figli fuori casa, ma accettano senza problemi che restino chiusi in

camera, “da soli”. Solo che non sono soli: sono online.


Non si cresce sequestrando device o leggendo chat. Si cresce parlando, ascoltando, facendo domande scomode, legittimando emozioni scomode.


Il disagio non si previene. Si accompagna.


7) Cinque proposte politiche concrete (senza slogan)

  1. Presenza stabile di figure di accompagnamento nella scuola Psicologo, orientatore, counselor come parte ordinaria della comunità scolastica, non come progetto a scadenza.

  2. Educazione al digitale come educazione alla vita Non divieti, ma alfabetizzazione emotiva e critica all’uso delle tecnologie, per adulti e ragazzi insieme.

  3. Spazi extrascolastici reali e non performativi Luoghi dove stare senza dover “produrre risultati”: sport, cultura, aggregazione non finalizzata.

  4. Politiche giovanili di lungo periodo, non emergenziali Continuità, finanziamenti strutturali, valutazione degli impatti. Meno annunci, più tempo.

  5. Formazione degli adulti che educano Insegnanti, genitori, amministratori: perché il vero analfabetismo emotivo oggi è spesso adulto.


Conclusione


La Spezia non ci dice chi sono i giovani. Ci dice quanto siamo in difficoltà noi adulti nel fare gli adulti.


Se continuiamo a rispondere con divieti, controlli e capri espiatori, stiamo solo proteggendo noi stessi. Se invece accettiamo la complessità, possiamo tornare a fare l’unica cosa che serve davvero:


essere adulti significativi in un mondo che cambia.

 
 
 

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